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CHE
COSA CREDETE DUNQUE CHE SIA UN ARTISTA?"
intervista
di Francesco Barilli e Lenao
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"Che cosa credete dunque che sia un artista? Un deficiente che
ha soltanto gli occhi se è pittore, soltanto orecchie se è
musicista, soltanto una cetra per tutti gli stati d'animo se è
poeta, o addirittura soltanto muscoli se è contadino? Ma nient'affatto!
Egli è allo stesso tempo un essere politico, che vive costantemente
nella consapevolezza degli eventi mondiali distruttivi, scottanti o
gioiosi, e che si forma in tutto e per tutto secondo la loro immagine.
Come sarebbe possibile non avere alcun interesse per gli altri esseri
umani e rinchiudersi in una torre d'avorio, indifferenti a quella vita
che ci viene offerta in maniera così abbondante? No, la pittura
non è stata inventata per decorare appartamenti. Essa è
un'arma di offesa e di difesa dal nemico."
E
con questa bella e significativa frase di Pablo Picasso che Erminio
Lazzari, classe 1966, accoglie i visitatori nella sua galleria darte
virtuale, al sito www.erminiolazzari.com. Cerchiamo di conoscerlo meglio
attraverso questa intervista.
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Cominciamo questa
nostra conversazione cercando di stabilire se la tua pittura sia ascrivibile
ad un movimento. Ritieni di far parte di una qualche corrente o di avere
affinità con un gruppo preciso di artisti contemporanei?
Francamente
no, quando ho iniziato a dare forma concreta a quello che avevo in testa
l'ho fatto in autonomia. E' stato un percorso spontaneo, probabilmente
influenzato dalle mie varie frequentazioni di persone, in vari contesti,
ma non a circoli o associazioni. Mi sento invece di appartenere ad una
corrente che adotta un certo linguaggio espressivo piuttosto che non
ad un movimento.
Ti ho fatto questa
domanda perché mi sembra che il tuo genere di pittura richiami
uno stile molto presente (ad esempio in televisione, nella grafica di
talune riviste e anche su internet). I tuoi quadri sono, per così
dire, figli della cultura mediatica odierna o hanno anche altre radici?
Entrambe
le cose. Quello che faccio è frutto dei tempi così come
lo sono io, ma sento di avere un forte legame con l'arte del passato
- al quale credo di aver dato espressione - e con la mia terra, anche
se è un rapporto complesso che non ha ancora trovato appieno
compimento. Ma ci sto lavorando, per me è importantissimo trovare
uno sbocco a questa strada.
Lelaborazione
di immagini appartenenti alla cultura di massa ha caratterizzato il
lavoro, di alcuni artisti acclamati: penso ai televisori di Schifano,
in cui il gesto pittorico si sovrappone all'immagine del media, o alla
ricerca dell'essenzialità' della forma di Lodola, o ancora alla
manipolazione di certa iconografia ottenuta attraverso l'uso dei materiali
più disparati che fa' Vik Muniz, un artista al centro dell'attenzione
della critica italiana in quest'ultimo periodo. Tu come "tratti"
le immagini oggetto del tuo lavoro?
La
prima cosa che faccio è cercare un'immagine che rappresenti una
condizione, un momento, una tensione o una volontà. Ad esempio
mi piace moltissimo cercare nei particolari della pittura rinascimentale,
dove spesso l'artista aveva maggiore libertà di esprimersi perchè
parti "marginali" dell'opera: come Michelangelo che si rappresenta
nello scuoiato o Botticelli che dipinge le Parche.
In seguito è fondamentale elaborare il taglio del quadro, perchè
io penso già in rapporto alla dimensione finale, anche se preferisco
il termine "inquadratura" perchè ciò che faccio
è in fondo cinema.
Mi sembra di
capire che per te il computer sia solo un mezzo, nessun innamoramento
per la tecnologia fine a se stessa?
Proprio
nessuno, la tecnologia mi interessa esclusivamente per la sua potenzialità,
ma non l'amo particolarmente. Uso programmi semplicissimi, oserei dire
elementari. Le mie operazioni sono mentali o concettuali; come dicevi,
il computer è solo un mezzo, anche se spesso "medium is
the message", ma non è il mio caso.
Ti ho visto lavorare
e mi ha stupito la macchinosità della tecnica che usi. Non credi
che ci sia contraddizione tra il tipo di soggetti e la "contemporaneità"
dei tuoi quadri e il rifiuto dei processi di serializzazione?
No,
per me il processo è essenziale, è componente dell'opera.
Disegnare è un modo per pensare, il tempo - che solo in apparenza
sembra sprecato per ricomporre manualmente sulla tavola le immagini
- in realtà mi serve per elaborare il progetto in divenire, in
quella fase cambio sempre qualcosa, è lì che prende forma
definitiva il pensiero. Ogni cosa ha bisogno del suo tempo e del suo
spazio, cioè della sua dimensione finale e del sua lavorazione
materiale, altrimenti il risultato non sarebbe lo stesso. Il percorso
condiziona; è come la macchina fotografica digitale, che è
comodissima e pratica, ma alla fine si realizza una mitragliata di scatti
senza prestare la minima attenzione a quello che si fa, perchè
tanto poi si sceglie quella che è venuta meglio. In altre parole,
in questo modo nelle foto odierne si fa una fatica terribile a trovare
del significato, perchè è venuto a mancare il concetto
di costruzione e di ricerca che è così straordinariamente
presente nelle vecchie foto in bianco e nero, in cui l'uso della singola
lastra richiedeva impegno e applicazione da parte del fotografo e dei
soggetti. Le vecchie foto sono spesso interessanti, c'è molto
delle persone in quei bianco e nero sfumati; mi piacciono molto.
Una cosa che
subito colpisce vedendo i tuoi quadri a parete e' la loro possanza,
dovuta non solo alle loro dimensioni ma anche al supporto su cui sono
dipinti. Parlami dei materiali che usi.
Uso
smalto all'acqua su tavola. Quel che faccio è tradurre un'immagine
in macchie di colore, e lo smalto mi permette di ottenere benissimo
la separazione di un colore con l'altro, anche se, a seconda della tecnica
che uso nel dipingere, posso arrivare a risultati diversi alla vista
e al tatto. Senza contare la brillantezza e la luminosità della
pittura, che sono anch'esse funzionali al progetto.
Allo stesso modo l'uso della tavola anzichè della tela mi permette
di cristallizzare le aree di colore, non cerco la fusione ma il contrasto
deciso, qui finisce uno e inizia l'altro, la tavola è perfetta
allo scopo. Io dipingo macchie, che in seconda lettura diventano immagine.
Infine, ma non meno importante, è che l'uso di materiale semplici
non mi permette di mascherare un'eventuale mancanza di senso, perchè
quando si usano materiali preziosi questi passano in primo piano e annichiliscono
il resto; si dice "voglio una cornice d'oro" e solo successivamente
si parla della sua morfologia. Sei hai bisogno dell'oro zecchino per
dire una cosa, forse non sai parlare.
Classicità
e contemporaneità: mi e' parso di capire che nel tuo lavoro ci
sia anche il tentativo di attualizzare alcuni classici e di rendere
più solide e meno fuggevoli alcune icone contemporanee. Come
scegli i soggetti dei tuoi quadri?
La
mia idea è che in ogni cosa può esserci del bello o dell'intensità,
basta saper cercare, quindi non mi rivolgo ad un abito comunicativo
piuttosto che un altro, quando intravedo qualcosa che può essere
interessante inizio a lavorarci, anche se non è detto che riesca
ad arrivare ogni volta a qualcosa che mi soddisfi. Quadri rinascimentali,
foto pubblicitarie, ogni cosa, ma in particolare trovo stimolante cercare
un'immagine cinematografica o televisiva che rappresenti il tutto, spesso
anche solo un piccolo riquadro. In questo senso la tecnologia mi può
aiutare, ma sempre come operazione elementare, ad esempio con la trasformazione
di un frame di un telefilm in un'immagine digitale adatta all'elaborazione.
Un tema ricorrente
in molte tue opere mi sembra sia la "ricerca del bello", con
un´attenzione che si concentra sullo sguardo femminile e quindi
su una bellezza che va "oltre" la superficie delle cose, correndo
il rischio di far sembrare il tuo lavoro privo di impegno sociale. Questo
può essere dovuto alla ricerca di una dimensione intimista e
alla disillusione verso la dimensione politica del fare arte
oggi?
Non
penso che una cosa implichi l'altra. Ognuno trova una sua strada per
esprimersi e per cercare di cambiare le cose, ammesso che abbia un qualche
interesse o volontà di farlo, e lo sforzo di cercare l'uomo -
non solo attraverso la rappresentazione della sua immagine ma anche
delle cose che costruisce - rispecchia il mio modo di cercare essere
migliore. Non saprei usare un altro modo, ma non credo affatto che sia
un metodo minore rispetto all'impegno sociale più esplicito,
la componente interiore non può essere secondaria, il sentire
è quello che ci differenzia dalle macchine, almeno per ora. Quello
che facciamo fuori, nel senso ad esempio dell'atteggiamento verso gli
altri, è riflesso di ciò che abbiamo dentro, ed è
a quello che io mi rivolgo.
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